Lagaan. C'era una volta in India
India, 2001
Durata: 224'
Genere: Musicale/Drammatico
Regia: Ashutosh Gowariker
Cast: Aamir Khan, Gracy Singh, Rachel Shelley, Paul Blackthorne
Gli abitanti di un piccolo villaggio indiano dovranno giocarsi a cricket la possibilità di non pagare le tasse al governo britannico, dopo un periodo particolamente duro dovuto alle piogge. La gente è terrorizzata da quello che può succedere ma c'è un uomo che vuole convincerli a reagire. Ce la farà?
Biglietti e card in vendita presso:
Casse Rurali Trentine convenzionate in orario di sportello
Cassa del Teatro Auditorium lunedì-sabato dalle 10 alle 19
Cassa del Teatro Sociale lunedì-sabato dalle 16 alle 19
Teatro S. Marco da un'ora prima dell'inizio delle proiezioni
Il trionfo di Bollywood
Saturday 24 August 2002
di Sergio Di Lino
Proprio nel mese in cui uno dei festival cinematografici più importanti come quello di Locarno celebra (era ora, secondo alcuni
Sarà anche vero, ma
) i fasti della Bollywood che fu (ovvero la più prolifica ed eclettica industria cinematografica del mondo, superiore - se non in mezzi/capitali/fatturato, sicuramente in manodopera e numero di prodotti sfornati annualmente, in decine di lingue e dialetti diversi, come si conviene ad una clientela di proporzioni pressoché subcontinentali come quella indiana - persino al colosso statunitense), arriva opportunamente uno dei film indiani più applauditi degli ultimi anni.
Lagaan è uno strano kolossal, sorprendentemente minimalista nella scelta del soggetto e nella messa in scena, malgrado il gigantismo produttivo. Nell India coloniale del XIX secolo, gli abitanti di un villaggio, vessati dalle tasse, decidono di giocarsi il tutto per tutto in una sfida a cricket contro gli oppressori inglesi, guidati dallarrogante e spocchioso capitano Russell (interpretato da Paul Blackthorne, curiosa faccia cockney tutta da sfruttare in produzioni occidentali): se vincono avranno condonate le tasse per tre anni, se perdono dovranno pagarle triplicate; lesito della tenzone appare segnato, ma con abnegazione limbranata "Armata Brancaleone" messa insieme da Bhuvan, leroe della storia, avrà la meglio sui nemici/rivali.
Il regista (e con lui il protagonista/produttore) non risparmia nulla del più corrivo campionario tipico delle produzioni indiane di genere, a partire dagli improbabili numeri musicali, con canti e danze al limite dello stucchevole (gli stessi, daltronde, che hanno decretato il successo di pubblico e critica di quellautentico bluff formato famiglia 35mm che è stato, non più di una stagione fa, Monsoon wedding: chissà se ai selezionatori e ai membri della giuria della mostra veneziana 2001, a distanza di dodici mesi, fischiano ancora le orecchie
), proseguendo con limmancabile romance tra Bhuvan e la sorella del perfido capitano (con corollario di gelosia da parte della ragazza del villaggio innamorata delleroe), il tradimento di uno dei membri dellimprovvisato team (sempre a causa della ragazza del villaggio
), fino al tradizionale crescendo dellagone, che occupa più di metà del film e la cui conclusione non nasconde sorprese.
In breve, non è certo dallopera di Satyajit Ray che il regista ha tratto ispirazione, quanto piuttosto dalla tradizione del cinema di cassetta che nel suo paese ha unimportanza decisamente superiore, anche a livello di riscontro critico, rispetto al cinema dautore. Non che ciò sia un difetto, anzi: al film va ascritto senza dubbio il merito di avvincere lo spettatore, facendogli accettare situazioni ai limiti del ridicolo spinto (su tutte: un menomato con un braccio semiparalizzato che grazie ad esso riesce ad effettuare lanci ad effetto imprendibili per gli esterrefatti inglesi) e soprattutto a fargli digerire 220 minuti (ripeto: tre ore e quaranta minuti!) di cricket e canzonette. Unica vera pecca: sarà un segno dei tempi, ma questi indiani del XIX secolo, oppressi e condannati allindigenza pressoché perenne, somigliano spaventosamente a quelli del terzo millennio di un recente spot pubblicitario per una nota marca di automobili (europea, ça va sans dire) che deformano la loro vettura a colpi di martello, fiamma ossidrica e fondoschiena di elefante (sic!), fino a farla assomigliare allauto dei loro sogni, per poi sfilare soddisfatti al ritmo di una musica che fa molto Monsoon wedding
Ma, per lappunto, è un segno dei tempi.
Tratto da:
organizzazione: Centro Servizi Culturali Santa Chiara