Le valigie di Tulse Luper. La storia di Moab

Cinema

Serate in forma di Cinema

Olanda/Gran Bretagna, 2003
Titolo originale: The Tulse Luper Suitcase - Part I. The Moab Story
Genere: Drammatico/Avventura
Durata: 125'
Regia: Peter Greenaway
Cast: JJ Feild, Jordi Mollà, Victoria Abril, Kathy Bates, Valentina Cervi, Vincent Gallo, William Hurt, Don Johnson, Isabella Rossellini
Sito ufficiale: www.tulseluper.net

Prima parte della trilogia che vede protagonista la vita dello scrittore Tulse Luper assiduo frequentatore delle prigioni di tutto il mondo. La vita di Tulse Luper, un criminale recidivo che è stato varie volte in prigione, viene raccontata attraverso 92 misteriose valigie che ha seminato in tutto il mondo durante i suoi molteplici viaggi. All'interno di questi bagagli si trovano, tra l'altro, dei lingotti dell'oro nazista, delle scarpe, delle raccolte pornografiche provenienti dal Vaticano e anche delle mutandine appartenute ad attrici americane.

"Se volessimo considerare la storia di Tulse Luper come se fosse inventata, potremmo dire che è il racconto di un uomo e delle sue prigioni. La storia ha inizio nel 1921, quando Luper aveva 10 anni e forse non è ancora finita. Ci risulta che Luper sia stato visto per l'ultima volta nel 1989 e se fosse vivo oggi avrebbe 92 anni".
Artista a tutto tondo, Peter Greenaway torna al cinema quattro anni dopo il suo peggior film, "8 donne e 1/2", e lo fa andando in concorso al Festival di Cannes con la prima parte filmica di un progetto multimediale che prevede tre lungometraggi, una serie TV, un CD-rom e più d'un sito Internet. "Tulse Luper" è una sua personalissima storia dell'Uranio (numero atomico: 92) attraverso il peregrinare del protagonista nelle prigioni (16) di mezzo mondo, nel tentativo di riuscire a fare ciò che nella vita vuole di più: cercare le cose perse, siano esse città, oggetti o persone. Sempre in compagnia delle sue valigie (92), contenenti gli oggetti più strani, da una collezione di rane a carta da parati sporca di sangue, da fori di proiettile a boccette di profumo.
Sfruttando al massimo le possibilità del mezzo filmico - e soprattutto delle tecnologie digitali - Greenaway confeziona un film ricco ma non confuso, dalla visione ostica ma non impossibile, dal ritmo incostante ma non insostenibile. Tanti sono gli elementi che compongono il film da necessitare (almeno) una seconda visione per poterli afferrare (e apprezzare) appieno.
Gli split-screen ricorrenti ed insistiti, le sovrimpressioni con parti della sceneggiatura o con le biografie dei personaggi, le citazioni e le auto-citazioni, le indicazioni da catalogo tipiche del cinema di Greenaway. Tutto questo rende la pellicola non più un 'semplice' testo raccontato per immagini, ma una vera e propria narrazione multimediale. Certo non adatta a tutti - anzi: adatta a pochi - ma certamente un'opera di buon valore e grande interesse. Forse non il massimo esempio possibile di "vero cinema" agognato da Greenaway, ma senza dubbio un universo separato da qualunque altra cosa vista sul grande schermo. Almeno tra quelle non firmate Peter Greenaway.
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