Odissea.1 Il ritorno
Materiale non Conforme
Eccentrici Dadarò (Milano)
Odissea.1 Il ritorno
Trilogia dell'esilio - Atto primo: l'esilio dell'anima
di F. Visconti, R. Rapisarda, S. Arena
con Rossella Rapisarda e Salvatore Arena
regia Fabrizio Visconti
scenografia Marco Muzzolon
costumi Mirella Salvischiani
elaborazione suono Pierangelo Frugnoli
light design Carlo Villa
produzione Eccentrici Dadarò
coproduzione Arterie - Centro Interculturale Ricerche Teatrali
...a raccogliere la terra ci si sporca, a raccogliere la guerra ci si macchia, per sempre...
Mario e Giulia.
Mario è un nome qualunque, è il nome dei nomi, come potremmo essere tutti quando ci perdiamo e sappiamo di affanno.
Giulia sa di vita, sa di caldo e di semplice, di casa e di lasciar andare per strada.
Mario e Giulia.
Dieci anni divisi, dieci anni di Odissea nel naufragio del senso.
Naufragare è perdere un centro, vedere orizzonte e basta. Odissea è un non luogo, in cui si attende e si usano tutte le forze per non andare a fondo.
Mario fa le foto. In Bosnia, nella guerra, fa le foto.
..Noi facevamo foto a quello che non cera più. Ai morti le facevano tutti, ma quando non si trovavano più nemmeno i morti, la gente ci segnava un posto intorno alla città, là, dove loro non potevano più andare.
Ci trovavamo con le mani nella terra, a scavare come cani, ma a scansare quei frammenti dossa, per raccogliere un orologio, una penna, una bambola, un paio docchiali; pulirli e fermarli, in un fotogramma: come se al posto della plastica e del metallo, nelle nostre mani ci fosse il corpo di un bambino, di un padre, di una madre e quelle erano le nostre foto, funerali di foto. Tante, ne abbiamo fatte tante. Trentamila, solo a Tuzla..
Giulia è a casa. La tavola è pronta. Ogni giorno è pronta. Non sa niente. Da dieci anni non sa niente.
La tovaglia è stirata di fresco.
Odissea è non dimenticare. È riconoscere un nome alle proprie cose e tenerlo a mente.
Poi un giorno di nuovo quelle scarpe in casa e quei piedi nelle mani.
Così finisce lOdissea.
No, così comincia.
Questa Odissea
Cosa succede a un uomo e una donna che, dopo dieci anni di separazione forzata, si ritrovano improvvisamente faccia a faccia?
Come ritrovare una normalità e una quotidianità interrotte per tutto quel tempo?
Mario e Giulia.
Mario è un fotoreporter che viene inviato in Bosnia per documentare la guerra in corso nei Balcani: Mostar, Sebrenica, Sarajevo, le campagne e i piccoli villaggi.
Quello che Mario si trova a fotografare è un abisso di nonsenso, unumanità al naufragio.
Per dieci anni non si sa più nulla di lui.
Mario è completamente travolto da una sorta di missione: riesce a elaborare un suo modo di mantenere in vita le vittime fotografando gli oggetti a loro appartenuti e ritrovati negli edifici sventrati, o a margine delle fosse comuni.
Il suo lavoro diventa unossessione, una lotta per la vita, una lotta contro la guerra e lassurdo.
Giulia e la sua Odissea domestica lunga dieci anni.
Come una moderna Penelope, Giulia lo attende mantenendo inalterati i riti di quella che era la loro vita comune.
Ogni giorno apparecchia la tavola di casa. Quella tavola è il centro, il luogo domestico e la casa è pronta.
Ma di Mario non si sa più nulla.
Mario e Giulia come Ulisse e Penelope. Non la guerra di Troia, ma quella dei Balcani, non la furia degli dei, ma quella degli uomini. Lo stesso Mare a dividerli, la stessa attesa, la stessa fede incrollabile appoggiata sullamore: lui deve tornare.
Mario torna, ma dovrà ripartire, come Ulisse dovrà ripartire. Ma prima cè una casa da salvare e non cè tempo.
Poche ore per ricostruire, poche ore per dare vita nuova a quello che dovrà aspettare ancora.
Mario e Giulia sono faccia a faccia. Comincia lo spettacolo.
Un testo appoggiato su parole semplici, come potrebbero essere quelle di tanti giorni come altri, che racconta il desiderio irrealizzabile di una quotidianità normale, continuamente violata dalla vita. Ritrovarsi faccia a faccia in mezzo al mare del tempo e alle tracce di quello che non si può più cancellare. Provare a riappoggiare il passo
su un terreno sicuro, familiare.
E così, nella storia di questa Odissea, trovare i gesti e le parole della quotidianità è un errare tra segni conosciuti, ma densi delle tracce del tempo passato. Come arrivare a quella parola, quel gesto indossato e condiviso per una vita, fino a prima della partenza, ma che ora non è più possibile allo stesso modo? Come ritrovarsi, diversi, in un rituale rimasto immutato?
Il progetto Odissea
Odissea.1 è ispirata e dedicata alla figura del fotografo Ziyah Gafic, che in Bosnia ha raccolto e documentato, coi suoi scatti, migliaia di oggetti e frammenti di vita appartenuti alle vittime della pulizia etnica della milizia serba, restituendo così ai sopravvissuti almeno una memoria su cui piangere e pregare.
Una riscrittura radicale dellOdissea, che cerca di indagare nella quotidianità contemporanea situazioni che si possano in qualche modo accostare a quanto evocato nelle pagine omeriche.
Primo atto di una Trilogia ispirata al tema dellesilio, il Ritorno rappresenta la prima tappa del viaggio di Ulisse e definisce quello che per noi è lEsilio dellanima, ovvero una situazione, come quella della guerra, in cui lanima si trova esiliata in un territorio smarrito, in un naufragio totale del senso.
Le tappe successive si rifaranno alle tematiche narrative dellOdissea ed alla loro consecutio temporale: Vendetta e Perdono per la seconda tappa, che definisce per noi lesilio del tempo, e Partenza per la terza tappa, che definisce, invece, lesilio dei luoghi.
LEsilio del tempo affronterà il tempo sospeso del carcere.
LEsilio dei luoghi lo smarrimento delle migrazioni e della perdita delle proprie radici.
organizzazione: Arditodesìo - Portland nuovi orizzonti teatrali