Parliamo d'altro

Teatro

Ciclo PortlAndOff Open

Parliamo d'altro
dialogo tra madre e figlia
una coproduzione Theamus, TrentoSpettacoli e Fondazione Aida
con il sostegno di Spazio Off e Associazione ATTI
con Flora Sarrubbo e Maria Vittoria Barrella
drammaturgia Flora Sarrubbo
ideazione luci, video e suoni Alice Colla
tecnica Riccarrdo Carbone
regia Maura Pettorruso

Come nella tradizionale storia russa della Babajaga, ogni madre vorrebbe consegnare alla propria figlia quella bambola. La bambola, che è la psiche che dobbiamo nutrire. La bambola, che nel cammino ci aiuterà ad essere donne. Il legame indissolubile, inesorabile, necessario, con la propria madre è un passaggio di responsabilità, di etica, di sessualità, è un passaggio di gioie, di tristezze, battaglie. È un passaggio di rughe, che scrive la nostra identità. Il dialogo tra madre e figlia diventa quindi un dialogo necessario, che fa crescere entrambe nel coraggio delle confidenze, a volte rendendo i percorsi simili. E allora ci si sente meno sole. Anche davanti al tema dello stalking e della violenza. Anche davanti a quello che non era previsto che accadesse: "Non a mia figlia". L’obiettivo dello spettacolo è considerare il rapporto madrefiglia attraverso un dialogo che scopre nudità, silenzi, sguardi, debolezze. La storia di Adriana e di Rosa viene raccontata nella sua natura di conflitto, di intrico, di passione, di rabbia, di amore. È la storia di ogni donna. Adriana è una donna di quarant’anni, molto giovanile. Si è laureata presto in psicologia e presto ha messo al mondo Rosa. Non è sola, ha un marito e un altro figlio. Un marito sposato per amore, ma anche per una voglia improvvisa di avere una famiglia, di fare tutte le cose come dovrebbero essere fatte. Forse non si amano più, il loro è stato un matrimonio per “riscaldarsi” un po’, Adriana ne è consapevole. Lei all’amore ha rinunciato anni prima. Ora fa la psicologa e la madre. Basta.
Adriana ha un passato segnato da un episodio di violenza. Il suo medico. Lei era poco più che adolescente, il suo medico aveva sfruttato un suo momento di debolezza per tenerla “psicologicamente” in ostaggio. E lei - ora ne è consapevole - non sapeva che cosa quel l'uomo stesse facendo, non le sembrava assolutamente possibile che un medico conosciuto e stimato potesse scendere a comportamenti del genere.
Rosa è bella. Bella dentro. E’ sorridente, è positiva, lo è più di sua madre, lo è come il padre. Dal padre ha preso il sorriso e il gioco. Rosa scherza sempre e Adriana non sempre riesce a capire quando la figlia è seria. Una famiglia. Come tante. Una situazione "normale". Rosa ha incontrato un ragazzo che le piace. É un amico di suo fratello, conosce la famiglia, è uno di casa. Questo tranquillizza tutti. E inizia la loro storia. Una storia fatta di messaggi, scuse, fiori, telefonate, riavvicinamenti. Tutto comincia e cominciano le botte.
Inizia il dialogo. Quello che per essere reale ci spoglia e ci mostra all'altro in tutta la nostra fragilità. Inizia il coraggio delle confessioni. E rilascia un confronto necessario aldilà dei ruoli, sul passato come sul presente di entrambe, un confronto fatto di rivelazioni e emozioni non del tutto espresse, di rimorsi e recriminazioni, in un gioco di ruoli dove a turno si è leonesse rabbiose e gattini impauriti. La partitura di parole e suoni in un crescendo emotivo, si sospende e in quella sospensione si rivive la consegna del femminile, ora che la psiche di entrambe è nutrita, si può tornare ad essere madre e figlia.

Note di regia:
Interno giorno. Interno notte. Interno: il luogo dell’incontro familiare. Il risveglio del mattino ed il saluto della sera. Il tempo dell’incontro. Ritmi distanti che si fermano in istanti di spazi dilatati.
Sguardi che fuggono, sguardi che parlano, sguardi pesanti come parole mai dette. E’ il luogo del domestico familiare, sicuro, protetto, conosciuto. E’ il luogo dove il quotidiano irrompe coprendo di parole consuete l’indicibile che traspare nei silenzi, nelle pause, nelle frasi lasciate cadere nell’arroganza del proprio tempo.
Siamo nel luogo del possibile, del buono, del bene. Ma il possibile incontro, il dialogo del bene avviene nei segni lasciati casualmente affiorare tra un riso al curry e un Natale incombente. Così un posacenere pieno di sigarette rivela la preoccupazione taciuta nelle parole. La musica alla radio disegna confini e muri di cemento. Un libro parla di destino e si fa artefice di verità. E i messaggi, le vibrazioni di un telefono, sono pugni e calci e ferite.
Le parole sono suono vuoto. I segni sono altrove: segnali casuali che lasciano traccia nel domestico perfetto. La scenografia chiara, luminosa, normale, si distorce, si sporca, macchiata delle ombre di parole nascoste, paure arcane. Un’ombra avanza e incombe: è la violenza subita da Rosa che la chiama? O quel dialogo – non dialogo tra madre e figlia che la alimenta?